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MTalks: Giorgio Camuffo

Quando vai ad un incontro con una personalità del tessuto economico e sociale padano, che lo ha visto crescere e raggiungere l’apice nella decade prima del 2000, hai sempre quella sensazione che in fin dei conti sia solo una questione di tempismo. In anni di discontinui studi economici ho avuto il dubbio di non dover tanto studiare come contare i soldi, come leggere i bilanci, come mettere in fila numeri per vedere quanto belli sono, perché, ma questa è un opinione personale piuttosto banale, per contarli i soldi devi anche averceli.

MUSEO "Waalsdorp"

Per averli o ci nasci, alla Elkan, molto criticato dal nostro ospite per la recente esternazione sui figli che restano in casa, critico anche verso la FIAT come società e come mentalità, due problemi che l’hanno portata negli anni sull’orlo del baratro, oppure il tuo futuro lo costruisci, non come il buon e pallido John, e quindi cerchi l’intuizione, il colpo di genio, di quelli che escono solo sbattendoci la testa migliaia di volte contro cose troppo grandi, troppo inerziali, troppo lontane da quell’obiettivo che in fin dei conti è il raggiungimento della soddisfazione personale attraverso al realizzazione dei propri sogni e non del profitto.

Come ha fatto Giorgio Camuffo, decidendo che fosse meglio insegnare la propria passione e lasciare in mano al figlio Marco uno studio (camuffolab.com) di caratura nazionale. Così facendo ha lasciato che il figlio facesse le sue esperienze, intercettasse nuove tendenze nel mondo del Graphic Design, in equilibrio tra il genio artistico e il tecnicismo certosino, figlio della digitalizzazione attuale delle tecniche di realizzazione del prodotto grafico.

Prima ancora ha deciso di lasciare la Benetton, quando Benetton era la Pull&Bear di oggi (o Pull&Bear è la Benetton di ieri) (Amancio Ortega vs Luciano Benetton sarebbe una bella sfida).
Del resto lavorare in una realtà viva come quella del tessile veneto, in cui moltissime realtà locali o meno riuscivano ad emergere, mi fa pensare che non sia solo questione di intuito ma anche di momenti, periodi storici più o meno favorevoli che permettono di far crescere i semi migliori, quegli stessi semi che oggi non riuscirebbero nemmeno a germogliare.

Giorgio Camuffo

Ma è lo stesso Camuffo a suggerirci come Renzo Rosso, prima di fare il botto con Diesel, ha fatto e disfatto molte imprese che non hanno avuto lo stesso successo, senza mai fermarsi al primo fallimento.

Il Graphic design non c’entra nulla con tutto questo, ma c’entra “l’attitude” che porta con se, c’entra con l’approccio aziendalista dei manager che si scontra con l’inventiva, con l’intuizione visionaria tipica di una formazione artistica e culturale completa. Le intuizioni che l’hanno portato a pensare a marchi come “Undercolors” semplicemente perché gli andava così e al boss Luciano andava bene. Perché c’era fiducia, quella fiducia che nasce quando complicità e serenità permettono un clima aziendale che potremmo definire “avventuroso”. Ed ecco che ci scontriamo con il fondo dell’esperienza come Graphic Designer di Camuffo, che lo rende diverso dalla “scuola attuale”, lo rende affascinate e autorevole. L’avventura che c’è dietro un percorso non accademico, come diceva Daverio: “…in quegli anni si andava all’università per studiare e non per laurearsi”, un percorso di vita che ti porta ad esplorare orizzonti nuovi, lavorando in borsa, nel tessile, come designer, come uomo di comunicazione. Tutti percorsi che oggi non si cercano più, si persegue la staticità mentale, si persegue la parcellizzazione del pensiero.

Quello che ci vuole indicare il Prof. Camuffo è che, come novelli Walter Mitty, dobbiamo trovare la nostra strada attraverso un mondo che non resta fermo, dobbiamo, se serve, lastricarla di buone intenzioni, di intuizioni sbagliate e di sogni da infrangere sulla barriera della quotidianità. Ma grazie a questi forzi riusciremo a posare i primi passi verso quello che può essere un futuro migliore.

ELECTA / Venice Biennale merchandising and bookshop dressing

Mi ha lasciato un po’ interdetto come Marco Camuffo abbia sottolineato come sia più portato, oggi, a lavorare con fondazioni e realtà culturali pubbliche, piuttosto che a scontrarsi col percorso nei business privati che fece il padre. Secondo me si tratta di un campanello di allarme emblematico perché l’ecletticità di alcuni atteggiamenti nella gestione della propria attività, come il direttore d’orchestra, paròn della Ceccato, è fattibile solo se lo fai con i tuoi soldi e non con i contributi dei cittadini.

Il verbo “transfigurare” è stato la sintesi di tutto un ragionamento che ha portato il professore a confessare come vorrebbe, se fosse possibile ritornare indietro e fare molte più cose, rimescolare tutto. Questa volontà è tipica di chi, nonostante una vita professionale molto soddisfacente, ha ancora fame. Ha voglia di scoprire quali possibilità potrebbe affrontare se rimescolasse le carte. Ci vuole coraggio, ma a quanto ho capito ad un grafico questo non deve mancare mai, altrimenti sarebbe un “mona-ger”.

Riccardo Alessandro Didoné

Marketers, Camuffo Lab. Giorgio Camuffo